Ancora Harar – le porte e i mercati

11 11 2010

Ancora qualche foto di Harar…

Una delle porte della città, vista dall’interno, e il suo mercato, pieno di odori e di colori .

 

Un’altro angolo di un altro mercato.

 

Un’altra porta della città, in ristrutturazione.

 

Il mercato della carne, il posto preferito dai falchi.





Harar Jugol

10 11 2010

Per girare Harar decidiamo, per la gioia dei nostri bimbi, di prendere due bajaj, che ci accompagnano dentro la città vecchia, circondata da mura. Qui troviamo Hamdi, la guida che abbiamo reclutato ieri che comincia a farci camminare tra mercati e stretti vicoli dal sapore arabo.

Vediamo la casa dove Ras Tafari ha passato la sua luna di miele e visitiamo quella dove Rimbaud, il poeta, ha vissuto mentre si occupava di commerci di varia mercanzia, che scambiava anche con armi importate dalla Francia.

Andiamo anche al mercato della carne, dove alcuni falchi aspettano che i macellai lancino loro qualche pezzetto di carne: tutte le guide citano il pasto delle iene, ma anche vedere questi rapaci che planano per prenderlo al volo è un bello spettacolo per noi turisti.

Prendiamo anche un caffè in una casa tradizionale. Le pareti della stanza principale, una specie di soggiorno usato anche come stanza per la preghiera, hanno una nicchia per custodire il Corano e sono decorate con le ceste colorate tipiche della città: io ho fatto l’errore di chiedere di vederne una e ho disturbato una simpatica famigliola di scarafaggi che aveva trovato lì una confortevole sistemazione. A parte la diversa sensibilità in materia d’igiene, le persone che abbiamo incontrato sono state molto ospitali e gentili e la città ha un’atmosfera decisamente diversa da ogni altra che abbiamo visto qui in Etiopia.

Sono ormai 48 ore che non ci facciamo una doccia come si deve e decisamente non vogliamo continuare così ancora a lungo: rinunciamo a vedere il pasto delle iene e trasferiamo armi e bagagli in un hotel a Dire Dawa, che ci accoglie con camere pulite e una bella piscina.





Da Awash ad Harar

9 11 2010

La strada da Awash ad Harar è in buono stato, almeno nel nostro senso di marcia: dall’altra parte, in salita, l’asfalto è solcato dalle ruote dei camion, sempre carichi oltre il limite consentito, che trasportano le merci dal porto di Gibuti ad Addis. Non si può però andare veloci, perché ci sono mucche, cammelli, capre facoceri, scimmie che attraversano e tante, tante persone che camminano. L’Etiopia dà l’impressione di essere un paese sempre in movimento, dove ad ogni ora del giorno si incontrano persone che si spostano a piedi, a volte con grandi carichi sulle spalle (questo soprattutto le donne, che si incontrano cariche di legna o acqua, a volte con basti in proporzione superiori a quelli degli asini).

Awash , come molte altre città che incontreremo, non è nient’altro che un gruppo di case e un ufficio delle telecomunicazioni racchiusi tra due pompe di benzina alle estremità del paese.

Quando ci fermiamo per mangiare qualcosa al bordo della strada, in uno spiazzo deserto, dal nulla ci circondano una trentina di bambini che chiedono penne, biscotti, pane… tutto! Sono insistenti, ma nessuno tenta di rubare nulla. Prima di andarcene, gli lasciamo qualche bottiglia di plastica vuota, che per loro è preziosa per trasportare l’acqua, e qualche pacchetto di cracker, che finiscono in briciole nella zuffa per accaparrarseli.

Ad Harar l’hotel è davvero penoso e così andiamo nella città vecchia per vedere se la guesthouse di cui ci hanno parlato alcuni amici può essere migliore. Parcheggiamo nella piazza principale, dove per pochi birr oltre a custodirci l’auto ce la lavano pure! Visto che siamo ferengi, intorno a noi si fa una piccola folla di aspiranti guide che si offrono di farci fare il giro della città: ci affidiamo a un ragazzo dall’aria sveglia che dice di lavorare per la guesthouse che vorremmo visitare e che ci conduce tra i vicoletti della città vecchia: dopo tre svolte noi non sappiamo più dove ci troviamo e non siamo nemmeno sicuri che lui ci stia portando nel posto giusto… Per fortuna arriviamo alla guesthouse sani e salvi: è una tipica casa di Harar, decorata con le ceste colorate, ma le camere hanno il bagno nel cortile e con i bimbi non è proprio il massimo della comodità. Ringraziamo e salutiamo la nostra guida con la promessa di richiamarlo domani, per farci vedere la città vecchia, questa volta con la certezza che non ci porterà a perdere!








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