Reverse Culture Shock

3 08 2010

Arrivata in Italia, ho subito il classico shock culturale che, secondo gli esperti, colpisce in  modo più o meno grave tutti coloro che vivono a contatto con una cultura diversa dalla propria, ma io l’ho avuto al contrario.

Sono entrata in un ipermercato, era da un po’ che non ne frequentavo uno, e tutto mi è parso un po’ assurdo: montagne di prodotti di ogni tipo, dalle mutande agli yoghurt, dalle birre alle sedie da giardino, dal pane alle creme di bellezza, presentati in almeno una dozzina di varianti per ogni marca. E tutta questa merce in un unico, enorme, bulimico edificio ricolmo di persone, attirate lì non tanto dal bisogno di acquistare qualcosa di realmente indispensabile, quanto da offerte promozionali su prodotti voluttuari e dall’aria condizionata che salva dalla calura estiva.

In Etiopia le uniche offerte che ho finora trovato sono quelle sul latte a lunga conservazione la cui scadenza si sta avvicinando: è una cultura decisamente più pragmatica, dove il marketing ha ancora larghi margini di azione! O forse manca solo la disponibilità a spendere che ormai in Italia è un fatto decisamente scontato. Infatti, nonostante la mia indignazione di fronte a tanto ostentato consumismo, in poco meno di mezz’ora sono riuscita a spendere quello che è uno stipendio di un lavoratore medio in Etiopia, più o meno 60 euro…

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