Da Awash ad Harar

9 11 2010

La strada da Awash ad Harar è in buono stato, almeno nel nostro senso di marcia: dall’altra parte, in salita, l’asfalto è solcato dalle ruote dei camion, sempre carichi oltre il limite consentito, che trasportano le merci dal porto di Gibuti ad Addis. Non si può però andare veloci, perché ci sono mucche, cammelli, capre facoceri, scimmie che attraversano e tante, tante persone che camminano. L’Etiopia dà l’impressione di essere un paese sempre in movimento, dove ad ogni ora del giorno si incontrano persone che si spostano a piedi, a volte con grandi carichi sulle spalle (questo soprattutto le donne, che si incontrano cariche di legna o acqua, a volte con basti in proporzione superiori a quelli degli asini).

Awash , come molte altre città che incontreremo, non è nient’altro che un gruppo di case e un ufficio delle telecomunicazioni racchiusi tra due pompe di benzina alle estremità del paese.

Quando ci fermiamo per mangiare qualcosa al bordo della strada, in uno spiazzo deserto, dal nulla ci circondano una trentina di bambini che chiedono penne, biscotti, pane… tutto! Sono insistenti, ma nessuno tenta di rubare nulla. Prima di andarcene, gli lasciamo qualche bottiglia di plastica vuota, che per loro è preziosa per trasportare l’acqua, e qualche pacchetto di cracker, che finiscono in briciole nella zuffa per accaparrarseli.

Ad Harar l’hotel è davvero penoso e così andiamo nella città vecchia per vedere se la guesthouse di cui ci hanno parlato alcuni amici può essere migliore. Parcheggiamo nella piazza principale, dove per pochi birr oltre a custodirci l’auto ce la lavano pure! Visto che siamo ferengi, intorno a noi si fa una piccola folla di aspiranti guide che si offrono di farci fare il giro della città: ci affidiamo a un ragazzo dall’aria sveglia che dice di lavorare per la guesthouse che vorremmo visitare e che ci conduce tra i vicoletti della città vecchia: dopo tre svolte noi non sappiamo più dove ci troviamo e non siamo nemmeno sicuri che lui ci stia portando nel posto giusto… Per fortuna arriviamo alla guesthouse sani e salvi: è una tipica casa di Harar, decorata con le ceste colorate, ma le camere hanno il bagno nel cortile e con i bimbi non è proprio il massimo della comodità. Ringraziamo e salutiamo la nostra guida con la promessa di richiamarlo domani, per farci vedere la città vecchia, questa volta con la certezza che non ci porterà a perdere!


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