Cercar fortuna a Dubai

16 11 2011

Domenica una dei nostri guardiani si è licenziato. Mentre eravamo in casa a passare pigramente il pomeriggio, lui si è timidamente affacciato alla porta della cucina e, con la tipica riluttanza che contraddistingue il carattere etiope, ci ha detto “Io ho finito”. Non abbiamo subito capito che cosa volesse dire: era arrivata la fine del suo turno di lavoro? Lo abbiamo fatto accomodare in casa e ci ha spiegato tutto.
Abraham è un ragazzone alto e con il phisique du rôle per fare la guardia, ma è sempre stato decisamente poco marziale: ogni tanto lo trovavi disteso sul prato con i bimbi che gli saltavano addosso per giocare oppure con loro in braccio mentre li faceva volare in alto nel cielo. Può avere circa trent’anni, ma qui è difficile stabilire l’età di una persona, vuoi per la pelle senza rughe che gli etiopi hanno la fortuna di avere, vuoi per la mancanza nella maggior parte del paese di un’anagrafe affidabile che permetta una registrazione delle date di nascita.
Abraham andrà a cercare fortuna a Dubai per mettere via un po’ di risparmi e tornare per farsi una famiglia: non vuole andarsene per sempre, è solo che qui per lui le opportunità per migliorare il suo status semplicemente non esistono. Come due genitori premurosi io e mio marito ci siamo informati su come ha trovato il lavoro, se ha già ottenuto il visto, se ha una sistemazione, se la ditta che lo ha assunto è seria… si leggono storie terribili di immigrati che pagano cifre astronomiche per attraversare la frontiera e ed essere portati dall’altra parte del Mar Rosso, tra stenti e patimenti di ogni genere. Gli immigrati illegali qui condividono la stessa sorte che spetta quelli che attraversano il Mediterraneo in cerca di una vita migliore.
Ci mancherà, Abraham.
Penso a quando siamo partiti noi dall’Italia: abbiamo impacchettato la nostra casa dentro un container e una volta arrivati a destinazione abbiamo atteso con trepidazione di poter riavere i nostri mobili, gli oggetti di uso quotidiano, i giochi e i libri, per ricreare la sensazione di essere nel proprio nido, per poter chiamare casa un luogo sconosciuto. Abraham partirà con una valigia o poco più, tanto ci vuole per contenere il suo mondo: dentro ci sarà anche una foto della nostra famiglia, che lui ci ha chiesto per tener vivo il nostro ricordo. Mi viene da pensare che le nostre relazioni, le nostre amicizie stanno diventando come una grande tela di ragno che pian piano avvolge tutto il mondo e ci collega all’Italia, a Dubai, agli Stati Uniti, alla Svezia, a Hong Kong, al Sudan, alla Repubblica Centrafricana…


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3 responses

16 11 2011
destinazioneestero

Mi fai pensare al mio container… il primo soprattutto, quello dall’Italia ad Asmara!
L’ultimo, almeno per il momento, deve ancora arrivare dopo due mesi e mezzo di viaggio, ma non è un problema.

17 11 2011
ferengiaddis

Coraggio! Il nostro è stato fermo due mesi a Gibuti ed io a pensare al vino e all’olio che ci avevo messo dentro… ma è arrivato tutto sano e salvo!

18 11 2011
federicA

Ciao ragazzi, mi fanno sempre un po tristezza queste storie, spero che il vostro amico trovi la sua strada e possa essere felice…Al riparo dai guai se è possibile….un saluto dall’italia.oggi ho visto la tua mamma.Baci KIcca pane

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